Recensioni

PICCOLO BLU E PICCOLO GIALLO di Leo Lionni. Cosa c’è di strano in questa storia?

Trasferire arbitrariamente il comportamento delle tinte di colore (che si mescolano) ai comportamenti umani che non si mescolano, semmai si arricchiscono o s’impoveriscono, è l’emblema del salto ideo-logico (non logico) che un genero illustre come era Lionni (era il genero di uno dei padri fondatori del PCI), non poteva non fare, anche in considerazione del fatto che le sue abilità grafiche senz’altro non erano corrispondenti alle sue conoscenze pedagogiche e antropologiche.

Piccolo blu è un bambino con molti amici, ma il suo preferito è Piccolo giallo. Con lui si diverte a giocare a nascondino, a correre e a saltare. Un giorno Piccolo blu viene lasciato da solo in casa e Mamma blu gli raccomanda di aspettarla e di non uscire. Piccolo blu però non ubbidisce e va in cerca di Piccolo giallo per giocare un po’. All’inizio fa fatica a trovare l’amico: lo cerca in casa, per strada, dappertutto, ma nulla! Finché improvvisamente, girato l’angolo, lo vede ed esclama, come solo i bambini sanno fare: “Eccolo!”. L’entusiasmo e la gioia sono incontenibili e così i due si abbracciano e riabbracciano fino a fondersi tra loro diventando verdi. Poi vanno a giocare nel parco, a scavare un tunnel e ad arrampicarsi su una montagna: miracoli di una grande amicizia! Tornando a casa, però, accade qualcosa di spiacevole. Mamma blu e Papà blu non riconoscono il figlio: “Tu non sei il nostro Piccolo blu. Tu sei verde”. La stessa capita a Piccolo giallo. Affranti, i due bambini cominciano a piangere grosse lacrime, non verdi come ci si aspetterebbe, ma blu e gialle. E piangono così tanto da ricomporsi e ritrovare se stessi. Alla fine, sia i genitori di Piccolo blu sia quelli di Piccolo giallo, per la gioia incontenibile di vedere i propri bambini di nuovo a casa, si abbracciano diventando anche loro un po’ verdi e intuendo così quello che è successo…

Non trovo così necessario dire che i bambini si abbracciano e si riabbracciano, anche perché in realtà non fanno proprio così. Inoltre non si compenetrano fino a fondersi. È una proiezione che l’adulto ha dell’amicizia tra i bambini, ma comunemente non accade nulla di tutto ciò. I rapporti, anche quando veri e profondi, appaiono sempre “affettuosamente disinteressati”. Cioè due bambini maschi che sono migliori amici, non si abbracciano e riabbracciano, perché lo ritengono una cosa da femmine e non si compenetrano fino ad annullarsi, perché sono orgogliosi della propria identità.

Questa storia sembra poco vicina alla realtà e ritrae, a mio avviso, due bambini che si compenetrano proprio perché non sanno bene chi sono: non sanno di essere piccolo blu e piccolo giallo.

Probabilmente il rischio individuato dal sindaco, sta proprio nel fatto che nei bambini che ancora non hanno affermata la loro identità, si possa creare confusione con un altro sè, diverso dal proprio.

Insegna ai bambini che, si può diventare anche qualcuno diverso da sé. Assolutamente “gender fluid”. “Se ti fondi con un colore, diventi e ti senti qualcos’altro, ma puoi fonderti anche con altri e altri colori ed essere sempre qualcuno diverso. Puoi cambiare te stesso (la tua identità) tutte le volte che vuoi anche se i genitori non ti riconoscono più”.

Questa favola induce a pensare che l’identità di un bambino possa cambiare accostandosi e “fondendosi” con un’altra. Il salto ideo-logico consiste nel fatto che la propria identità sia una cosa labile. Si instilla a due bambini, che non hanno ancora la loro identità ben formata e radicata, l’idea di poter essere qualcun altro. “Se ti fondi con un colore, diventi e ti senti qualcos’altro, ma puoi fonderti anche con altri e altri colori ed essere sempre qualcuno diverso”. Conservare la propria identità diventa quindi un dis-valore e s’invita a “trasformarsi” abbandonando la propria identità (per altro non ancora chiara) mutandosi in un altro “essere” diverso. L’invito ad abbandonare un’identità in corso di formazione per acquisirne un’altra, per poi tornare, per poi cambiare in un’altra, per poi tornare…costruire ed appartenere ad un’identità viene vista come cosa “eventuale”, di conseguenza priva di valore. In sostanza si confonde i bambini inducendoli a pensare che per imparare bisogna perdere anziché aggiungere.

Un’altra stortura ideologica che propone il libretto riguarda la figura di genitori e lo scredito in cui li getta agli occhi dei loro figli. Nelle fiabe ci sono due tipi di personaggi, coloro che rimangono sempre uguali a se stessi (sempre buoni o sempre cattivi) e coloro che cambiano. In quest’ultima categoria si distinguono coloro che da cattivi diventano buoni (per effetto dell’amore che trionfa sempre) ed, al contrario, coloro che da buoni diventano cattivi. Il cambiamento verso l’amore non ha bisogno di spiegazioni, tuttavia la cattiveria, se si vuole rispettare la logica comprensione dei bambini (senza introdurre l’ideologia) deve sempre avvenire tramite un “incantesimo”, vale a dire un elemento magico esterno che permetta al bambino di comprendere la trasformazione forzata che “subisce” il personaggio della fiaba. L’incantesimo deve essere segnalato e chiaro. In questa storia ciò non avviene infatti se all’inizio facciamo la conoscenza di genitori buoni attenti e premurosi, ad un certo punto, cioè nel momento in cui i “piccoli” rientrano “sporchi di verde”, essi cambiano senza motivo e rimproverano immediatamente i loro bimbi fino a farli piangere. Questa nuova cattiveria non viene segnalata al piccolo lettore in alcun modo e propone dunque un cambio di “condotta” inspiegabile, ingiustificabile, imprevisto e quindi ingiusto instillando così il dubbio circa l’affidabilità dei genitori che possono essere erratamente considerati buoni e premurosi ma che in realtà potrebbero non esserlo affatto. Il fatto che alla fine trionfi il bene non corregge assolutamente il dubbio instillato nel mezzo della storia. Il libro induce dunque alla sfiducia da parte dei bambini nei confronti della figura dei genitori che sono così descritti come irragionevolmente mutevoli ed “incerti”, minando il rapporto fiduciario che invece necessitano i bambini in tenera età. Senza contare l’elemento delatorio di questo approccio di sfiducia indotta che potrebbe essere utilizzata (ricordiamo i libretti per i giovani balilla che denunciavano all’autorità i genitori) contro i genitori stessi se questi non dovessero attenersi alle regole impartite dai governi totalitari. Inoltre si demolisce il concetto di genitore in quanto adulto di riferimento in quanto lo si dipinge come capace di impartire un ordine sbagliato al figli, ordini che è bene eludere altrimenti l’amicizia fra piccolo giallo e piccolo blu non avrebbe fatto nascere il piccolo “fluido” verde.

Questo libro mira surretiziamente a dimostrare come la società, in questo caso la famiglia, crei degli stereotipi che vincolano le persone a determinati generi e/o ruoli. Nel caso specifico l’autore sostiene in modo indiretto come le due famiglie di piccolo Giallo e piccolo Blu abbiano creato entrambe degli stereotipi in piccolo Giallo ed in piccolo Blu. Quand’essi fanno ritorno a casa di color verde le famiglie non riconoscono più il “loro” stereotipo e quindi non lo accettano rifiutandolo. L’autore gli fa riaprire nuovamente le braccia quando i figli torneranno ad essere come loro li avevano “modellati” a dimostrazione che la famiglia ama solo lo stereotipo di bambino che desidera. L’inganno del sillogismo narrativo mira a sostenere che le famiglie educano i propri figli ad essere come loro vogliono senza rispettarne la vera identità o, addirittura prevaricandone la pseudo neutralità innata. Leo Lionni si conferma uno precursori del pensiero e della filosofia gender.

You may also like

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in:Recensioni

Next Article:

0 %